La verità, vi prego, sulla mineralità

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La verità, vi prego, sulla mineralità

Dicono alcuni che minerale è un’invenzione
e alcuni che è una convenzione,
alcuni che manda avanti il mondo
alcuni altri che è moribondo
e quando ho domandato al mio vicino,
che aveva tutta l’aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
non era il caso, no.

Wystan Hugh Auden, il grande poeta inglese, non ci avrebbe forse perdonato l’atroce manomissione di una delle sue più note poesie – La verità, vi prego, sull’amore – ma provate un po’ voi a leggerla per intero, sostituendo minerale ad amore e non vi accorgerete, forse, della differenza.

Termine relativamente giovane nel dizionario del vino, la mineralità non gode ancora dei crismi semantici di una parola applicata da secoli ad un contesto definito; vive una libertà che ha il sapore dell’anarchia, nel bene e nel male. Chiedere in giro della mineralità è come chiedere della felicità in India: tutti indicano un punto ma nessuno riesce a capire cosa indichi. Minerale è il passe-partout del sommelier fresco di diploma, l’equivalente della barbabietola da zucchero all’interrogazione di geografia delle medie. È come il nero: sta bene su tutto. Il minerale sta al vino come il lonfo alla letteratura: al naso vaterca, in bocca gluisce, e qualche volta – dicono i più esperti – barigatta.

Quindi, cos’è la mineralità? Di quale mineralità parliamo? Di odore minerale? O di sapore minerale, come preferisce, ad esempio, Jackie Rigaux? È minerale l’odore di benzina di alcuni Riesling? O è minerale il sapore metallico di certi Sangiovese? L’acqua è minerale perché contiene minerali? E il vino coi suoi cationi allora? Vino naturale minerale? Liscio o gasato?

Per rispondere a queste e altre domande, in Spagna i ricercatori del laboratorio Excell Ibérica si sono messi al lavoro, ultimi di una lunga fila di esperti decisi a fissare una volta per tutte la definizione corretta di minerale, o almeno a definire ciò che minerale non è. Né l’odore né il sapore minerale di un vino provengono dalla composizione chimica del suolo dove è piantata la vite; provengono, invece, dal suo metabolismo, dai lieviti, dai batteri e dalle pratiche di cantina. L’odore di gomma bruciata, insomma, non ha nulla a che vedere con la discarica di pneumatici sepolta a pochi metri dal vigneto; l’inchiostro percepito non è legato ad un deposito di seppie e la polvere da sparo non cela una santabarbara dimenticata. Finiti, insomma, i tempi dei correlativi, anche dei più credibili, come vino e gesso, vino e lava, vino e ardesia. Terre desolate d’ora in poi, per rimanere con T. S. Eliot. La verità dell’oggetto vince sulle verità dei soggetti; il lume dei fatti annienta il crepuscolo delle suggestioni.

Ma non era più divertente prima, dicono alcuni? Avremmo capito meglio il dramma della peste di Milano da un libro di patologia che non dalle libere iniziative di Manzoni? Basta un trattato di psicologia per cogliere il dramma della solitudine? Non è meglio un racconto di Carver? Dobbiamo ridurre il solido nitore della terra nel bicchiere ad un beverone di batteri e metaboliti? E gli uffici marketing? E i pubblicitari? Le immagini delle ardesie e delle marne saranno sostituite dalle foto segnaletiche dei saccaromiceti? Gli eserciti delle due fazioni iniziano già a schierarsi, e scelgono i propri comandanti. Da una parte il volto arcigno del colonnello Jessep, il Jack Nicholson della verità positiva; dall’altro il sorriso sornione del professor Keating, il Robin Williams della verità letteraria. Ecco, la verità. Ma quale verità? Siamo tutti disposti ad accettare le evidenze della ricerca scientifica? O pur riconoscendole, parlando di mineralità del vino, continueremo ad appoggiarci alle suggestioni più romantiche? Finiremo per trovare un pacifico compromesso tra le evidenze della scienza e le libertà della licenza? Probabilmente no, ma tant’è.

Gherardo Fabretti

Categoria: News
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